EDITH BRUCK, IL TATUAGGIO DELL’ANIMA
Un’intervista dolorosa
di Elisabetta Morelli
Ho conosciuto Edith Bruck nel 1998, quando lavoravo alla mia tesi di laurea sulla letteratura della Shoah e, al Centro di documentazione ebraica di Milano, ho scoperto questa autrice e le sue toccanti testimonianze sui campi di sterminio nazisti e l’orrore del genocidio ebraico. Ho letto avidamente i suoi bellissimi libri e l’ho contattata. Mi ha risposto una donna dolce e disponibile ad aiutarmi a reperire prezioso materiale per la mia tesi. Ora, a distanza di anni, ho riannodato quel filo diretto che si era creato tempo fa e, come allora, Edith Bruck mi ha offerto la sua generosa disponibilità. L’ho raggiunta nella sua casa nel cuore di Roma, dove vive da anni. “Ne ho passate tante in questi anni, Elisabetta!” – mi ha detto. “Malanni, problemi, ma.. siamo ancora qui! A lottare, sempre.”
Edith Bruck è nata in Ungheria nel 1932 da una famiglia di ebrei. Ha vissuto, appena dodicenne, il trauma della deportazione ad Auschwitz, Dachau e Bergen Belsen…; ritrovandosi orfana, con la famiglia decimata dai nazisti e senza nessuno che si prendesse cura di lei. E’ dovuta crescere in fretta, bruciando le tappe e sperimentando in breve tempo il matrimonio, l’arrivo nella tanto sognata Israele, la fuga, i mille mestieri per vivere, infine l’approdo definitivo in Italia (sua seconda patria) nel 1954. Da oltre mezzo secolo è sposata con il poeta e regista Nelo Risi.
Scrivere nasce dal duplice intento di raccontare l’irraccontabile, con l’inconscia speranza di alleggerire il peso interiore, un vissuto insopportabile, e di testimoniare l’evento più nero del ventesimo secolo. Anche Edith Bruck, allora, come Primo Levi, di cui si definiva “sorella di lager” e a cui era legata da profondo affetto, ha fatto della testimonianza la sua ragione di vita, perché non si perda, soprattutto tra i giovani, la memoria della Shoah. Edith Bruck scrive, dunque, i suoi libri sempre a metà tra l’intento divulgativo e lo stimolo delle coscienze – per tenere in vita il ricordo della Shoah, evento scomodo per la civile Europa moderna, con i suoi mistificatori negazionisti e revisionisti che annientano ancora una volta le vittime e la verità raccontata dai sopravvissuti.
Nel corso della sua lunga carriera letteraria, cominciata nel 1959 con il racconto autobiografico “Chi ti ama così”, Edith Bruck ha scritto numerosi romanzi, tre raccolte poetiche, alcuni racconti; da uno di questi, “Andremo in città”, è stato tratto nel 1966 il film omonimo, diretto da Nelo Risi ed interpretato da Geraldine Chaplin.
A Primo Levi Lei, Edith, era legata da grande amicizia e con lui condivideva i ricordi dolorosi e l’urgenza narrativa, la necessità di trasmettere ai giovani il ricordo di cosa è stato Auschwitz, “iceberg del male assoluto”. Ha conosciuto certamente altri ex-deportati. E’ ancora in contatto con alcuni di loro? Quali erano i vostri rapporti? Trovavate sollievo nella condivisione dei ricordi e nel sostegno reciproco?
BRUCK: Con l’amico Primo Levi non abbiamo mai parlato dei lager. I sopravvissuti non evocano tra loro le proprie sofferenze. Sanno, senza scambiare il ricordo, ciò che erano i Lager. Le loro sofferenze sono simili, anche se mai uguali. La disciplina, la fame, il freddo, le punizioni, il terrore, la selezione, le malattie, la morte, non erano molto diverse nei 1634 Lager della Germania nazista e dei territori occupati. Tra noi, persino in famiglia, era ed è un argomento tabù, per il dolore di un passato che per noi non passa mai. Non c’è consolazione alcuna e non può esserci. Scriverne può essere terapeutico, ma di Auschwitz non si guarisce e non deve guarire neppure chi non l’ha vissuta, perché non riguarda le vittime bensì i carnefici e i loro complici. E’ una tragedia umana europea che, purtroppo, non ha insegnato molto e può ripetersi, come diceva Primo Levi, e si ripete, dico io, in altre forme, altri luoghi, per altri motivi e a me, sopravvissuta per caso, duole doppiamente ogni discriminazione, oppressione, persecuzione, violenza, fame, guerra, ovunque accada e con chiunque.
Lei ha sperimentato sulla sua pelle, come un tatuaggio che ricalca i contorni del reale continuamente, la “condanna” di essere sempre, agli occhi del mondo, l’ebrea sopravvissuta, non la scrittrice, non la donna. E’ stata realmente un’ulteriore condanna quella di “dover” raccontare a tutti costi? E quante rinunce ha comportato?
BRUCK: La testimonianza è un dovere morale che pesa. Ricordare, raccontare vuol dire soffrire di nuovo. Il mio vissuto ha condizionato anche i miei rapporti intimi e sociali. Non sono stata mai vista come una donna qualsiasi e non ho mai vissuto come tale e forse è stato inevitabile, e, in fondo, va bene così. Io sono il frutto del mio vissuto e non poteva essere diversamente. E’ proprio perché non ho rinunciato ad essere quella che sono, che ho salvato la mia unica identità possibile.
“Signora Auschwitz” è ispirato da una lettera da lei ricevuta da parte di una studentessa, dopo una delle sue numerose presenze in una scuola in veste di scrittrice-testimone sopravvissuta ad Auschwitz. La sua risposta sembra essere un'auto-confessione su ciò che implica il dovere morale della testimonianza. Come vengono accolti nelle scuole dai ragazzi i suoi racconti, le sue parole?
BRUCK: Il più delle volte i ragazzi nelle scuole sanno ben poco dei Lager, della Storia in generale. A volte sono refrattari, increduli, distratti. Ma il peggio è quando dicono che sanno tutto perché hanno visto “La vita è bella” o “Schindler’s List”. Il primo è lontano da qualsiasi realtà, il secondo è ambientato esclusivamente nel ghetto di Cracovia. Il cinema ha fatto molti danni ed è stato limitatamente utile. L’unica opera valida sui Lager è “Senza destino”, tratto dal libro del premio Nobel ungherese Imre Kertesz.
“Andremo in città”, uno dei suoi racconti, è diventato un film, diretto da suo marito Nelo Risi ed interpretato da Geraldine Chaplin. In un altro racconto, “Transit”, la protagonista, un’ebrea sopravvissuta ai lager, è chiamata come consulente per la produzione di un film ad “insegnare alle attrici a riprodurre la sofferenza dei deportati”. Nel suo romanzo “L’attrice”, il personaggio principale torna a Dachau per girare un film sulla vita di una sopravvissuta ai campi di sterminio. Pensa che i film sulla Shoah siano solo tentativi maldestri di spettacolarizzazione del dolore per fini politici e commerciali, prodotti ormai confezionati per il consumo, o invece c’è stato qualche film che l’ha colpita per la sua rappresentazione fedele, non banale, e rispettosa della Shoah?
BRUCK: Sulla Shoah, in particolare sui Lager, preferirei non vedere fiction perché non è rappresentabile per immagini e non ci sono nemmeno parole, né è possibile coniarne di nuove, che possano esprimere quell’orrore: le sperimentazioni sui corpi vivi, bambini congelati etc.; l’elenco è lungo, macabro, e potrebbe sembrare fantascienza.
Sin dall’inizio lei ha avuto il coraggio di un’inusuale rinuncia, quella della lingua materna, l’ungherese, e ha scritto nella sua lingua d’adozione, l’italiano, ancorché arricchito dalle lingue parlate nell’infanzia, l’ungherese, appunto, l’yiddish e l’ebraico. Che valore ha l’uso di queste lingue per lei?
BRUCK: Ero costretta a scrivere in una lingua non mia e sono stata, alla fine, fortunata perché una lingua non materna la senti meno, è, in qualche misura, una difesa, una maschera e ti denuda meno. La senti quasi meno vera, l’usi a cuore più leggero e soffri meno nell’usarla. Esiste un certo distacco tra te e ciò che scrivi, non ti invade di ricordi dolorosi, sapori, paesaggi. La lingua non tua è una bella difesa.
Quale è oggi il suo rapporto con il suo paese d’origine, l’Ungheria, e con Israele? Vi è più tornata?
BRUCK: Con l’Ungheria, come con Israele, ho un rapporto conflittuale non risolto. Il primo paese mi aveva cacciata, umiliata, offesa e, nonostante sia cambiato, non è immune da antisemitismo o nazionalismo. Quando sono in Ungheria, o con ungheresi, mi ritorna l’antica paura, sono a disagio, e, se sento una sola frase negativa che riguarda i miei correligionari, mi cade addosso tutto quello che avevo sentito da bambina e sto male, molto peggio che in Italia. Anche qui esiste il vecchio e il nuovo pregiudizio, eppure la lingua diversa mi fa meno male, non apre le stesse ferite. Israele era per me semplicemente il sogno, il paradiso, l’Eden biblico di mia madre e, dopo Auschwitz, non ho sopportato la realtà e non riesco ad accettarla dal punto di vista sentimentale. Dover diventare come gli altri, uguali nel bene e nel male – cosa che dovrebbe essere normale – mi turba profondamente. Vorrei che fossimo migliori, d’esempio, ma so che non è possibile. Vorrei che nessun israeliano uccidesse o morisse. Invoco la pace da quando esiste Israele. Abolirei per sempre tutte le guerre, se potessi.
In “Lettera alla madre” lei ripercorre le tappe del suo rapporto intenso e fortissimo con sua madre, un legame spezzato – solo fisicamente – su una banchina di Auschwitz. Le rimprovera la fede incrollabile in Dio, anche di fronte alle persecuzioni e alla deportazione. Si è riconciliata, dentro di sé, con la figura materna?
BRUCK: Mia madre e Dio sono le stesse cose per me. E pensare alla sua buona fede e alla sua fine nel crematorio ancora oggi mi sconvolge, non mi dà pace. E’ un’ingiustizia imperdonabile, come la fine di mio padre e mio fratello. Non c’è odio nel mio cuore verso nessuno e credo che questa sia una grazia, un dono del cielo o di mia madre, che era buona come il suo pane.
Qual è oggi il suo rapporto con Dio, dopo Auschwitz?
BRUCK: Il mio rapporto con Dio avviene al buio, a letto, nel silenzio. Io lo penso e so che anche lui o lei, o chi per loro, pensa a me. Più che parlare, pregare, il mio è un sentire segreto che forse mi invento io. Comunque, Dio non c’entra con Auschwitz, il male è nell’uomo, il male è l’uomo.
Nella seconda parte di “Lettera alla madre”, la protagonista torna a Dachau, a distanza di anni dalla deportazione, e si meraviglia di come sia oggi un irriconoscibile asettico monumento ai sopravvissuti, nel quale stenta a ritrovare i propri ricordi. E’ mai tornata in Germania? Ha mai rivisto “quei” luoghi?
BRUCK: Sono tornata una volta in Germania dopo quarant’anni. Tre giorni di malessere. Una visita a Dachau, dove rimane ben poco di autentico. Vecchi che negano ancora l’accaduto. Ordine e fiori dappertutto, che mi facevano male. Tutto mi faceva soffrire, anche la troppa gentilezza delle amiche, dell’albergatrice. Gli odori, i wurstel, i bevitori di birra, a Monaco. So che la Germania è bella, so che oggi non è quello che era, so tutto, ma non basta. Io mi sono rappacificata con tutti perché sono in pace con me stessa, ma il passato è dentro di me, è in agguato e basta poco per risvegliarlo.
Nei suoi libri il personaggio principale è sempre una donna. Sono tutte proiezioni autobiografiche? A quale delle sue protagoniste è più “legata”?
BRUCK: I miei libri sono i miei figli. Più o meno riusciti, immaginati, inventati, basati su qualcosa di vero, vissuto, che mi aveva colpito: un episodio, una lettera, uno spunto che permette di costruire un romanzo, un racconto, consente di filtrare la realtà, di creare dei personaggi dal nulla e dar loro la parola, la vita, il corpo, i sentimenti. Alla fine io stessa li sento veri, esistenti, li conosco e mi immedesimo in loro.
Lei ha avuto una vita difficile, segnata da esperienze dolorosissime che fanno dimenticare di essere “persona”. Ma quanto della sua identità di donna è riuscita a “recuperare” e a vivere Edith Bruck? E’ riuscita a ritagliarsi una dimensione privata oltre a quella pubblica di scrittrice-testimone?
BRUCK: Io sono una scrittrice che cucina ogni giorno, fa la spesa, lava i piatti se deve, si occupa del marito, della casa, degli ospiti, dei parenti. Sono una perfetta casalinga, non frustrata. Amo tutto quello che faccio. E faccio bene. Amo gli alberi, gli animali, i bambini, la precisione, la pulizia, il non far niente, la scrittura, la lettura, e, più di tutto, la pace e il pane.
In molti suoi testi lei prende spunto da esperienze autobiografiche per rivolgersi ai nuovi nazisti e al mondo di oggi che avalla, indifferente, le loro “bestemmie”. Ritiene che il Revisionismo sia una minaccia concreta di tentativi di riscrivere la storia e manipolare i nostri ricordi?
BRUCK: Non penso che il mondo sia indifferente al Revisionismo, casomai dà troppo spazio alle criminali menzogne dei revisionisti e i mezzi di comunicazione sfruttano il male più che il bene, che non fa notizia, e insinuano dubbi in chi sa poco della Storia, che si insegna poco e male nelle scuole. Il Revisionismo, la confusione tra nazismo e stalinismo sono un gioco pericoloso, grave, irresponsabile. Se i mali vengono eguagliati, viene appiattito tutto e tutto si equivale, indifferentemente. Allora Auschwitz perde l’unicità di male assoluto, cosa che fa comodo all’Europa stessa.
BIBLIOGRAFIA
1958: Chi ti
ama così - Marsilio
1962:
Andremo in città – L’Ancora del Mediterraneo
1969:
Le sacre nozze -
Longanesi
1974:
Due stanze vuote -
Marsilio
1975:
Il tatuaggio - Guanda
1978:
Transit - Marsilio
1979:
Mio splendido disastro -
Bompiani
1980:
In difesa del padre -
Guanda
1988:
Lettera alla madre -
Garzanti
1990:
Monologo -
Garzanti
1993:
Nuda proprietà -
Marsilio
1994:
L’attrice - Marsilio
1997:
Il silenzio degli amanti -
Marsilio
1998: Itinerario, Utirany - Quasar
1998: Signora Auschwitz. Il dono della parola – Marsilio
2002: L’amore offeso – Marsilio
2004: Lettera da Francoforte - Mondadori
2005: Specchi – Storia e letteratura
2008: Quanta stella c’è nel cielo - Garzanti